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De Luise: la giustizia non può e non deve essere un privilegio per pochi

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Maggior distribuzione degli uffici di giustizia sul territorio e potenziamento dell’istituzione dei Tribunali per le imprese tra le proposte Confesercenti per una maggiore efficienza.

Un grande benvenuto a tutti Voi. E rivolgo un caloroso ringraziamento al Vice Presidente del CSM Legnini ed un plauso agli amici del CER-EURES per l’egregio lavoro che ci hanno appena presentato.

Sicurezza e giustizia sono temi sempre più all’ordine del giorno della nostra vita quotidiana di imprenditori, due variabili che possono condizionare fortemente le nostre imprese. La Giustizia che non funziona – o che funziona male – ed un ambiente che rende insicuro il nostro operare possono pesare su di noi molto di più della crisi economica.

Per il nostro Paese, il decennio di “depressione economica” pare possa considerarsi definitivamente superato. Dopo gli anni della crisi si continua a segnalare un generale miglioramento del livello complessivo di sicurezza sul territorio nazionale. È in decremento il numero dei reati denunciati ma, a fronte di un generale miglioramento della sicurezza reale, è salito il sentimento di paura dei cittadini: un balzo non piccolo, dal 30% al 41%. E la paura della criminalità entra sempre più nella nostra vita, in particolare nei grandi centri abitati.

Se vogliamo tornare a correre davvero, agganciando una ripresa solida e duratura, dobbiamo rimuovere i difetti strutturali della nostra economia.

Non c’è dubbio, le inefficienze ed i ritardi della giustizia sono tra questi. E di fronte alla giustizia troppo lenta, inefficiente, inefficace, aumenta il senso di insicurezza che molto spesso ci attanaglia, sia come imprenditori che come cittadini.

I confronti con l’estero sono impietosi: un procedimento civile italiano dura circa tre volte quello francese, più del doppio di quelli tedeschi e spagnoli.

Dunque a ciascuno le proprie colpe e le proprie responsabilità, il nostro è il paese delle leggi complicate e, a volte, inapplicate. E noi, siamo un popolo refrattario al rispetto delle regole, con un basso livello di senso civico ed una litigiosità diffusa che pone basi anche sull’inefficienza della giustizia.

Ma se la giustizia funziona il costo della sicurezza diminuisce. Quello che oggi Confesercenti propone è un itinerario che ci permetta di attraversare le nostre città, le nostre Regioni entrando nelle imprese e guardando con gli occhi degli imprenditori come l’insicurezza e l’ingiustizia ne condizionino l’operatività.

Voglio rappresentare “sicurezza” e “giustizia” come reti che si connettono, così come avviene per il servizio idrico, con ogni impresa e con ogni cittadino. E così come avviene per la dispersione idrica vedere quante falle, città per città, siano presenti nelle reti della sicurezza e della giustizia, di quanto queste indeboliscano i nostri tessuti socio-economici.

Il grado di efficienza della giustizia civile presenta una ampia dispersione sul territorio nazionale: fra la provincia più efficiente e quella meno efficiente il tempo di attesa è di 6.000 giorni (16 anni!). Dove la giustizia non funziona l’economia resta al palo.

Ancora: per dichiarare un fallimento al Sud occorrono 6.000 giorni, al centro 3.500, al nord 2.800. Tra i 543 giorni per un processo civile nel Piemonte e i 1.813 giorni della Campania c’è uno scarto di quasi quattro anni!

Si delinea un intreccio che porta, sovrapponendo la classifica dei tribunali più efficienti a quella delle città più sicure, a trovare una stretta e diretta connessione fra giustizia buona, città sicure e florido tessuto economico.

Gli ultimi dieci anni sono stati, senza ombra di dubbio alcuno, i più duri che le PMI italiane abbiano affrontato dal dopoguerra ad oggi. Un decennio perduto, che ha visto la decimazione del nostro tessuto imprenditoriale e la perdita di oltre 500mila occupati autonomi. Le attività del commercio, in particolare, sono state schiacciate tra la crisi dei consumi e l’aumento costante del senso di insicurezza. Il degrado delle città, ha impresso una decisa accelerazione ai problemi di legalità che le imprese hanno dovuto affrontare, ogni giorno.

Crediti non riscossi, contratti non onorati, fallimenti, peripezie amministrative hanno spesso reso la vita degli imprenditori un percorso ad ostacoli. A questo si è aggiunta una recrudescenza sul piano più propriamente criminale. Negli ultimi 5 anni le imprese italiane hanno, infatti, denunciato alle forze dell’ordine oltre mezzo milione di furti: in media 100mila l’anno, circa uno ogni cinque minuti.

Intanto crescono le denunce per usura, intimidazioni ed esplodono i reati informatici che da dieci anni crescono, ormai, senza sosta. Che hanno superato i furti: nel solo 2016 ci sono state quasi 152 mila denunce e oltre 67mila arrestati per truffe e frodi informatiche, di cui molte volte sono vittime proprio le imprese. In crescita è anche la contraffazione.

Gli imprenditori avvertono un clima di insicurezza, cui fa da contraltare una giustizia lumaca, spesso imprevedibile che incrina la fiducia delle imprese. Vogliamo, e dobbiamo, anche segnalare con forza i passi avanti fatti, come ad esempio lo snellimento ottenuto grazie all’informatizzazione in ambito civile. Finalmente, poi, è stata approvata la nuova legge sul diritto fallimentare, che permetterà di ridurre notevolmente i tempi della giustizia: una innovazione moderna e funzionale, un importante segnale che ci trasmette fiducia.

Non ci deve sfuggire il collegamento diretto che c’è tra economia e giustizia. Molte imprese – ed è un caso lampante quando si arriva sul piano internazionale – rinunciano ad investire proprio a causa del clima di incertezza creato da ritardi ed inefficienze sul piano della giustizia. È l’intero paese a bloccarsi, non solo le imprese. Prendiamo ad esempio i ricorsi al Tar, in aumento in ogni provincia. Ai lavori pubblici che non possono partire se chi perde la gara fa ricorso. Quale è il costo per l’economia di tutto questo? E l’impatto sociale?

Quale il messaggio che viene dato agli imprenditori italiani e stranieri che vogliono investire in Italia?

Senza parlare dell’incertezza normativa, della discrezionalità con cui a volte agisce la pubblica amministrazione. O dell’eccessivo ricorso al piano penale, al fatto che norme identiche vengano applicate in modi e tempi diversi a seconda dei territori, cambiando in continuazione. Si guardi al fisco: ci si trova quasi ogni anno a fare i conti con centinaia di modifiche. Se le cause civili stanno diminuendo in termini quantitativi è perché la giustizia costa talmente tanto che molto spesso si rinuncia ad ottenerla.

E coloro che rinunciano sono le imprese e i cittadini più deboli.

La giustizia non può e non deve essere un privilegio per pochi.

Vice Presidente Legnini, mi rivolgo a lei: la necessità delle imprese di prevedere l’impatto delle decisioni giudiziarie sui processi economici e sociali non può più essere ignorata. In un Paese normale, gli esiti ed i tempi della giustizia, soprattutto in casi di ordinaria amministrazione, non devono essere una sorpresa.

Il costo dell’inefficienza e dei ritardi, infatti, è particolarmente salato per le imprese più deboli, a volte costrette a chiudere e fallire per “mancata giustizia”. Anche le banche, laddove la giustizia è più efficiente, garantiscono maggiori crediti alle imprese! Dobbiamo necessariamente invertire la rotta, soprattutto adesso che l’economia sta inviando segnali che inducono all’ottimismo.

Certamente serve anche il sostegno della Pubblica Amministrazione, che deve essere più orientata agli obiettivi e meno alla burocrazia. Così come serve una presa di coscienza del legislatore: è necessario ridurre la produzione di norme, con provvedimenti semplici e scritti in modo tale da non dare adito a dubbi e ad esiti sempre variabili.

Tre anni fa il Governo ha presentato i dodici punti che avrebbero dovuto “rivoluzionare” la giustizia.

Punti che abbiamo sostenuto quasi integralmente, ma che si sono realizzati solo molto parzialmente.

Il processo telematico ha aiutato, così come le misure per ridurre l’arretrato della Cassazione. Mentre sull’efficienza del processo civile, ad esempio, è stallo. Allo stesso tempo, bisogna evitare di fluidificare il sistema da una parte solo per intasarlo nuovamente da un’altra.

Anche i Tribunali delle imprese, la cui costituzione è stata da noi salutata con grande soddisfazione, stentano a garantire maggiore efficienza. L’imprenditore ha bisogno di un quadro di regole certo nei tempi di applicazione e chiaro nelle interpretazioni. Non è quello che accade oggi, perché troppe leggi – e poco coordinate tra loro –  provocano effetti indesiderati.

Un esempio è il nuovo codice antimafia. Una riforma utile e necessaria, ma che in alcune parti preoccupa. Estendere le misure di prevenzione patrimoniale a reati contro la pubblica amministrazione può causare un problema, perché allarga a reati ordinari le misure straordinarie pensate per mafia e terrorismo.

Vice Presidente Legnini, parliamo anche di lavoro e di cause in materia di lavoro.

Licenziamenti, mancata retribuzione, accertamento del lavoro subordinato, mancato versamento di contributi e TFR. Il contenzioso nei tribunali delle grandi città si chiude mediamente entro tre anni, mentre nei medi e piccoli tribunali i tempi si dilatano e spesso si raddoppiano. Altrettanto spesso il giudice del lavoro è, poi, bloccato da cause previdenziali che si sovrappongono alle cause di lavoro.

Un costo medio per ogni contenzioso di oltre 5.000/6.000 € che moltiplicato per il numero di cause, oltre 500.000 annue, porta alla cifra astronomica di 3 miliardi di euro che le imprese sostengono, per costi legali ed amministrativi. Un vero e proprio salasso per la nostra economia e per le nostre tasche, come abbiamo visto. Che dire poi della contrattazione cosiddetta pirata.

Il concetto di maggiore rappresentatività comparata fa fatica a trovare pronta applicazione dal punto di vista giudiziario. Ne consegue che si moltiplicano i contratti sottoscritti da organizzazioni datoriali e sindacali non rappresentative.

Si tratta di azioni di dumping che favoriscono e portano anche ad una riduzione, delle retribuzioni ed alla non applicazione del welfare contrattuale.

Si pensi che solo nei comparti del terziario risultano vigenti più di 400 contratti spesso in sovrapposizione, all’interno di medesimi comparti. Senza un’efficace ridisegno normativo che definisca anche la rappresentatività e senza una efficace azione di monitoraggio e di controllo la contrattazione italiana rischia di diventare un far west.

Vediamo ora cosa noi suggeriamo in merito. Anzitutto concentriamoci ad eliminare i colli di bottiglia, uno per uno. Cito un esempio: i giudici monocratici cambiano ruolo o sede, all’incirca, ogni tre o quattro anni, il che vuol dire che molti processi devono ricominciare dall’inizio, perché la normativa prevede che la sentenza sia emessa dagli stessi giudici che hanno partecipato al dibattimento.

Dobbiamo potenziare il tribunale civile delle imprese. E, in generale, pensare di istituire più canali specializzati nelle materie delle imprese: penso all’insider trading, l’aggiotaggio, i reati tributari, l’elusione e l’evasione fiscale, il lavoro.  Si impiegherebbe meno tempo, aumenterebbe la prevedibilità delle decisioni del giudice e si avrebbe maggiore certezza del diritto.

Si assegni, poi, per via legislativa all’ispettorato del lavoro il potere di sanzionare chi non applica i contratti sottoscritti dalle organizzazioni maggiormente rappresentative.

Si vada, inoltre, verso una ulteriore specializzazione del Giudice del lavoro, con una divisione netta tra giudici, per contenzioso giuslavoristico e contenzioso previdenziale.

Occorre, ancora, l’introduzione di un arbitrato obbligatorio per il contenzioso previdenziale presso l’Ispettorato del Lavoro o presso commissioni speciali nelle università.

Serve, infine, una migliore redistribuzione degli uffici di giustizia sul territorio, il potenziamento dell’istituzione dei Tribunali per le imprese, ma anche l’investimento sul personale e sui nuovi strumenti telematici.

Accelerare la riforma della giustizia civile è centrale per le prospettive di crescita dell’Italia. Con una giustizia come quella attuale, le imprese italiane devono fare una fatica tripla rispetto a quelle estere. Così non si riparte.  Certo, è chiaro: sebbene non centrale, c’è anche un problema di risorse. Ma assegnare risorse al sistema della giustizia non è una spesa, è un investimento che, come abbiamo visto, può liberare definitivamente la crescita di questo Paese.

 

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